Il redshift e l’effetto Doppler
E' noto che se un osservatore e una sorgente di onde acustiche si muovono l'uno rispetto all'altra il suono che il primo riceve è di diversa altezza a seconda che i due si stiano avvicinando o allontanando: ad esempio, il fischio che un treno emette mentre si avvicina appare più acuto di quello che emette quando è in quiete, mentre quello emesso mentre si allontana è più grave. Questo fenomeno fu spiegato per la prima volta da Doppler riguardo alle onde sonore, ma è valido per tutti i tipi di onde.
Consideriamo una sorgente di onde che si muove con velocità v rispetto a due osservatori O1 e O2 posti lungo la direzione del moto: come si vede nella figura 1, i fronti d'onda si spostano in direzione del moto con velocità pari a quella della sorgente: si addensano nel senso del moto e si diradano in senso opposto. Perciò l'osservatore O2 riceve un'onda con frequenza apparente maggiore di quella dell'onda effettivamente emessa dalla sorgente, mentre l'osservatore O1 riceve un'onda di frequenza apparente minore. Ciò si traduce in un suono più acuto per O2 e uno più grave per O1.
Allo stesso modo delle onde sonore anche la radiazione elettromagnetica può, per effetto Doppler, apparire di frequenza maggiore o minore di quella reale. Come è noto, le radiazioni elettromagnetiche possono essere spiegate sia come effetto di particelle energetiche (fotoni) sia come onde: il colore della luce dipende, secondo l'ipotesi ondulatoria, dalla lunghezza d'onda (l) a cui viene emessa dalla sorgente.
Come quelle acustiche, le onde luminose di un oggetto celeste in moto con velocità v, per esempio una galassia, vengono "compresse" nel verso del moto e "stirate" nel verso opposto.
All'osservatore verso cui la galassia avanza la luce appare di lunghezza d'onda minore di quella effettivamente emessa: si verifica un blueshift, cioè la luce della galassia appare più blu di quanto è in realtà. L'osservatore da cui la galassia si allontana, invece, riceve radiazioni elettromagnetiche di lunghezza d'onda maggiore di quella effettivamente emessa: la luce gli appare più rossa, cioè si verifica un redshift (figura 2).
Gli spettri delle galassie non sono continui, come quello di un oggetto incandescente, ma sono (come quelli di quasi tutti gli oggetti celesti) solcati da righe scure causate dai diversi elementi chimici che le compongono, i quali assorbono parte della luce emessa dalle stelle. Se la galassia in esame ha una velocità radiale (cioè la componente della velocità lungo la direzione della congiungente galassia-osservatore) confrontabile con quella della luce, le righe di assorbimento si spostano verso una delle estremità dello spettro: gli astronomi, analizzando gli spettri galattici e misurando l'entità dello spostamento delle righe di assorbimento, ne sanno calcolare la velocità radiale.
Quindi, un redshift maggiore corrisponde a una velocità di recessione maggiore, un blueshift maggiore a una maggiore velocità di avvicinamento.

 

 

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